Empatia: genitori, figli e scuola

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L’empatia è la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore, significa “sentire dentro”, il classico “mettersi nei panni dell’altro”, ed è una capacità che fa parte dell’esistenza ed esperienza umana.

Mi pongo talmente in relazione con te che riesco a sentire la tua gioia, il tuo dolore.

Da questa comprensione di cogliere l’emozione altrui ne consegue la possibilità di un’attivazione nel modo più complesso, non per sostituirmi a te ma bensì per affiancarmi a te.

Perché risulta importante l’empatia nell’educazione tra genitori e fempatiaigli? Perché attraverso l’esperienza che il bambino fa della relazione primaria, rappresenterà un valido momento per acquisire le corrette modalità di costruire rapporti con gli altri.

Hoffman diede rilievo all’empatia, come qualcosa che compare nella consapevolezza del bambino fin dai primi anni di vita. I genitori, quindi, dovrebbero imparare anch’essi ad essere soggetti empatici, soprattutto tramite la sensibilità e non la punizione, cercando di educare ai valori dell’altruismo e dell’apertura verso il prossimo, in modo tale che il figlio/a impari a capire e condividere il punto di vista degli altri.

Altri autori rinforzano il fatto che le figure adulte di attaccamento, non solo favoriscono al bambino aspettative sociali positive, ma fanno sì che si rinforzi l’autostima assieme all’immagine che egli ha di sé.

Ma se la famiglia non è in grado di fare questo? Ecco che dovrebbe intervenire la scuola, per creare dei momenti di condivisione sociale tra gli alunni di una stessa classe, proprio per agevolare quella capacità che ognuno di noi ha dentro di sé, ma impossibile da fare emergere se non adeguatamente formata e sostenuta.

I continui episodi di bullismo, aggressività che sistematicamente vediamo crescere nella nostra società da parte dei giovani sono solo lo specchio di un’incapacità da parte dei genitori di soffermarsi a riflettere, ma mio figlio/a come sta? cosa pensa? cosa prova? Io dove sono per mio figlio? L’incapacità di fare i genitori si somma all’incapacità dell’essere degli adulti consapevoli e responsabili.

Sarebbe utile pensare e strutturare dei veri e propri momenti di condivisione nelle classi, magari iniziando con una volta al mese, in cui la base del lavoro è la conoscenza dell’altro, delle sue emozioni, ritornare a riconoscere l’altro come mio simile ma unicamente e riccamente diverso da me, per riuscire a tornare ad essere in relazione.

Accantonare, smartphone e cellulari e tornare a parlare, magari scontrarsi ma confrontarsi con l’altro che è lì vicino e così lontanto.

Il confronto reale tra essere umani è la vera interattività e purtroppo stiamo consegnando ai nostri figli un mondo miope e incapace di vedere dal punto di vista dell’altro le emozioni dell’essere umano.

Dr.ssa Anita Avoncelli – Pedagogista
https://educazionefamiliare.wordpress.com